L'etimo di "Amiata" - Mons Tuniatus nell’etimologia amiatina

 

Chi per primo in modo autorevole ha ipotizzato alcune derivazioni del toponimo Amiata è stato senza dubbio Emanuele  Repetti, con il suo Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, pubblicato dal 1831 al 1836 a Firenze in 5 volumi. Repetti merita un’attenzione tutta particolare per aver  dato vita ad un’ opera di grandi dimensioni, di grande puntualità e correttezza, che altre regioni italiane, ma anche europee, non possono vantare per i tempi in cui essa ha avuto origine.

Ed Emanuele Repetti ebbe ad affrontare l’origine di molte denominazioni geografiche. Per il monte Amiata scriveva testualmente:

“Montamiata, Monte Amiata, Monte di S. Fiora (mons Tunii, Mons Tuniatus, Mons ad-meata) tra le valli dell’Orcia, della Fiora e del Paglia. E’ una colossale montagna, che alzasi…”. Si nota quindi una prima importante indicazione sugli oronimi dell’attuale montagna amiatina, che avremo modo di valutare più avanti.

Lo stesso Repetti ipotizzava alla voce Chianciano, che il fiume Paglia, che nasce sull’Amiata nel territorio comunale di Abbadia San Salvatore e che scorre sotto Piancastagnaio, lungo l’omonima valle, potesse chiamarsi nel passato “Tunia” o “Tinia”.

MONS AD MEATA

La radice “ad meata” è una etimologia suggestiva, non tanto perché accettata dal Repetti, ma per il significato che le si intende attribuire. Venne accolta in forma argomentata nel 1930 in uno scritto di Silvio Pieri: “Toponomastica della Toscana meridionale e dell’Arcipelago Toscano” comparso sulla rivista dell’Accademia Senese degli Intronati nel 1969(1). Le sorgenti sono una  ricchezza e prerogativa del monte Amiata, ammesso che il termine “meata” sia traducibile con “sorgenti d’acqua”. Non sono un latinista ma una breve ricerca mi consente di dire che  meatus(2), meata , ha molti significati, di cui il più usato e assodato è “passaggio, apertura” e per questo preso in prestito dalla medicina e dall’anatomia umana per indicare passaggi da organo ad organo o da organo all’esterno. La traduzione in sorgenti idriche è molto secondaria, ma l’ipotesi non è tuttavia da scartare poiché è in grado di avvalersi di una fonetica molto vicina, anche se abbastanza scontata e non sorretta da una ricerca lessicale storicamente soddisfacente.

MONS TUNIATUS

Molto più accreditabile è l’origine sacrale delle denominazioni “mons Tunni” e “mons Tuniatus”. Terra di riferimento della presenza etrusca(3) nell’Italia centrale, il territorio del monte Amiata è stato circondato dalle città etrusche di Chiusi, Vetulonia, Roselle, Orvieto, Bolsena, Vulci, Tarquinia, Populonia, le cui comunità hanno attinto dalla montagna legname, acqua, frutti, terre colorate come il rosso dal cinabro o il giallo dalla terra di Siena. Ma soprattutto la mole austera di una montagna che si ergeva nel loro territorio di riferimento imponeva loro un rispetto e una deferenza che poteva arrivare finanche alla devozione(4). Molte montagne hanno potuto fregiarsi di questa prerogativa, vedi ad esempio l’Olimpo e il Parnaso nella cultura greca. Più che probabile che anche gli etruschi abbiano attribuito alla loro montagna una comprensibile sacralità. Tinia era la loro divinità principale, che i romani appellavano Vertunno in una vasta zona che va proprio dal lago di Bolsena alla val d’Orcia. Se si aggiunge che alcune versioni danno per Tinia anche la variante di Tunia, la derivazione diviene del  tutto lecita.

Ed è qui che Leandro Alberti(5) un erudito monaco domenicano, nato a Bologna nel 1479, ci viene in grande aiuto con la sua opera maggiore “Descrittione di tutta l’Italia”, pubblicata nell’anno 1550. Scrive l’Alberti:

“Questo è l’ultimo castello da questo lato attenente al patrimonio di san Pietro
consignatoli dalla Contessa Matilda. Poscia più oltre appaiono gli alti monti detti
Montuniata, Mons Tuniatus, da Catone nominato, et parimente da Antonino
nell’Itinerario. Sono dimandati questi alti monti Duniata, in vece di Tuniati, et
da Strabone nel quinto libro Tinni, quando dice che dopo Popolonia, et Cosa seguita
la scoperta de i monti Tinni. Conciosia cosa che da questi alti monti si
scorge il paese insino al porto d’Ercole, et al luogo ove era Cosa, presso a lago
d’Orbitello. Soggiunge, poi che si ritrovava gran copia di ghiande in questi monti.
Vero è, che hora non solamente ritrovansi ghiande, ma alle radici di quelli, la
grana da tinger la porpora, (o vogliamo dire il scarlato) se ne trae.”

Come si vede la citazione di vari scrittori latini come Catone il Censore(6),  come l’autore dell’Itinerario Antonino, cui è da aggiungere Plinio il Vecchio, e il  prestigioso geografo greco Strabone, ci consente di attribuire a fra Leandro Alberti il pregio di una ricerca attiva e producente in materia toponomastica. Tutta questa non univoca denominazione dei nostri monti, da parte dei latini, era indubbiamente da ascrivere a trasformazioni lessicali, ampiamente plausibili nella volgarizzazione popolare, ferma restando comunque una origine riferita alla massima divinità etrusca.

Plinio il Vecchio cita  con il termine “ Tinia” un importante affluente del Tevere (vedi Naturalis Historiae, libro III, n.53): è assai significativo e singolare che il Paglia, come afferma il Repetti, sia stato designato nel passato con questo nome, per cui il passaggio da Tinia a Tiniatus diviene conseguenziale e comprensibile, avendo il Paglia le sue sorgenti nel cuore del monte Amiata, dal cui bacino riceveva all’epoca enormi volumi di acqua che riversava nel Tevere (7).

Ma la vasta produzione latina e greca consultata, unitamente alla Geografia in 8 libri di Claudio Tolomeo, autore peraltro delle famose tavole redatte in età medievale sulla base di un archetipo bizantino,  ci consente di confermare le indicazioni etimologiche dell’Alberti, rivelandoci con sufficiente certezza l’esistenza di un toponimo Tuniatus e/o Tuniatum e/o Tinia che il mondo latino riferiva alla zona montagnosa dell’Hetruria o Tuscia.

Anche il ricchissimo patrimonio, che vedremo subito dopo, di opere con intenti enciclopedici, mappe geografiche e testi religiosi, elaborati dal XV al XIX secolo, non consentono di ignorare quelle denominazioni, continuativamente e insistentemente ricorrenti, di “tuniatus” e similari.

Seguendo questo percorso, che definiremo “sacrale”, da mons Tuniatus a Montuniata il passaggio è facilmente comprensibile. Montuniata è infatti il termine che ricorre in maniera prevalente nella letteratura, nei regesti e nella cartografia (carte geografiche) ad invenzione della stampa già avvenuta.

Infatti i  testi con velleità enciclopedica o semplicemente i glossari geografici che si cominciano a stampare già dal secolo XV sono numerosi. Oltre all’Alberti, del quale va ricordato il viaggio ventennale per l’Italia e l’assidua frequentazione delle biblioteche dei conventi in cui aveva l’opportunità di soggiornare, vi sono altri autori che meritano di essere ricordati, alcuni per la loro autorevolezza, altri per la doviziosità e la chiarezza delle informazioni fornite.

Una prestigiosa firma dell’epoca, quella di Hadrianus Junius, olandese, vissuto dal 1511 al 1575, studioso di classici latini e presente con la sua opera letteraria e geografica in Inghilterra e in Italia (Siena, Bologna, Venezia e Roma), definiva “Tinni montes Strabon.aliis Tuniatum in Hetruria et Montuniata” nel “Nomenclatur octilinguis:  omnium rerum propria nomina variis linguis explicata indicans”, un suo lavoro enciclopedico del 1567.

Nella “Istoria dei suoi tempi”, pubblicata nel 1583, Giovan Battista Adriani, storico e letterato fiorentino che ebbe a collaborare con Vasari in “Vite degli artisti”, accennava al Montuniata, come luogo “pieno tutto di vettovaglia” E’ interessante quest’opera perché scritta con Francesco de’Medici, il granduca di Toscana morto misteriosamente insieme alla moglie Bianca Cappello nel 1587.

Agli inizi del ‘600, fra Filippo Ferrari, vicario generale dell’Ordine dei Servi di Maria, piemontese, nato nel 1551 e morto nel 1626, autore di un “Catalogus Sanctorum”, nel descrivere le bizzarre vicende del Conclave di Viterbo del 1268, ricordava la grande rinuncia di San Filippo Benizi, che eletto papa, preferì declinare e rifugiarsi in una grotta nel “Montem Tuniatum” (8).

Johan Jacob Hoffmann, autorevole enciclopedista tedesco, autore di un”Lexicon Universale” edito nel 1698, usa anch’esso i termini di Mons Tuniatus e di Montuniata per identificare un monte dell’”Hetruria” (9).

In rapida rassegna si segnalano inoltre i lavori di Franciscus Schottus e Girolamo Giovannini (Itinerarium Nobiliorum Italiae regionum urbium, Padova, anno 1600), Claudio Tolomeo e Giovanni Antonio Magini (Geografia cioè descrizione universale della Terra, Venezia, 1598), Zyll e Ackersdick ( Italiae totius brevi set accurata descriptio, Utrecht, 1659), Henschen-Papebrochius (Acta Sanctorum Maii, Anversa, 1688), Thomas Dempster (De Etruria Regali, Firenze?, 1610 circa), Giovanni Baptista Ricciolio (Geographiae et hydrographiae reformatae…, Bologna, 1661), Arcangelo Gianio (Annalium sacri ordinis fratrum, Firenze, 1725), Thomas Corneille (Dictionnaire universel geografique et historique, Parigi, 1708), Louis Moreri, (Le grand dictionnaire historique ou le melange curieux de l’historique sacrèe et profane, Parigi 1725). Tutti questi autori, ed altri ancora, riportano significativamente informazioni o semplici richiami sul mons Tuniatus o Tuniatum o ancora montes Tinni o Montuniata, per designare la montagna della Tuscia o dell’Hetruria(10).

Dagli inizi del XV secolo, si aprono anche gli orizzonti della cartografia, cioè di quella tecnica di riproduzione delle terre e dei continenti, materia che troverà un ovvio incremento all’indomani della scoperta dell’America(11). Si trattava di ridefinire i confini fra terre emerse e mare, di individuare i luoghi, i fiumi e le montagne al fine di facilitare i traffici e i contatti fra le comunità insediate nel pianeta. In tale disciplina tecnica si distinsero dapprima i cartografi genovesi e veneziani, qualche decennio dopo gli olandesi, che presero a lavorare in modo più compiuto e interdisciplinare, arrivando a elaborare raggruppamenti di mappe che prendevano il nome di atlanti.

Il primo atlante che si è conquistato una primaria reputazione da parte di chi segue oggi la storia delle carte geografiche e nautiche, è stato il Theatrum Orbis Terrarum, creato con grande avvedutezza, utilizzando e combinando le carte e la mappe allora esistenti, da Abraham Ortelius, che fu con Gerard Mercatore, protagonista della grande cartografia fiamminga e olandese. Nato ad Anversa nel 1528 e morto sempre ad Anversa nel 1598, Ortelius ebbe il merito, fra l’altro, di introdurre le citazioni inserendo il nome dei cartografi dei quali utilizzava le mappe. Nel suo atlante figura ovviamente il territorio italiano, e per quanto concerne la nostra ricerca, usa accanto ad “Abadia” e “Arcido§§o”  il termine di “Montuniata”.

Abraham Ortelius riprende la rappresentazione cartografica della Toscana da un lavoro di Girolamo Bellarmati, ingegnere e matematico senese, che nel 1536 ( si noti con attenzione questa data che è precedente all’opera dell’Alberti) realizza una mappa della Tuscia, di eccelsa qualità, ove è chiarissimo l’utilizzo del termine “Montuniata”. Girolamo Bellarmati diverrà poi Hieronimus Bellarmato per aver svolto gran parte della sua attività in terra straniera, ove così veniva conosciuto e largamente apprezzato. Questa mappa, che è stata considerata la base del riferimento geografico e territoriale della Toscana meridionale per quasi tre secoli, è consultabile oggi nella raccolta delle mappe antiche della biblioteca dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, ovvero nell’Archivio di Stato fiorentino, o ancora presso la biblioteca Apostolica Vaticana. Non è dato sapere tuttavia ove sia custodito l’originale realizzato a sbalzo su lastra di rame, guarnita di colore.

Il Bellarmato divenne primo ingegnere reale di Francesco I, re di Francia, occupando la stessa prestigiosa carica che qualche anno prima avevano ricoperto Leonardo da Vinci e il Vignola. Negli anni 1541/46 fu eccelso protagonista della costruzione del porto e della città di Le Havre. Ma di lui in Italia si ricorda soprattutto la corografia della Tuscia, come una carta regionale degna di altissima considerazione e definita da Giancarlo Petrella (“L’Officina del Geografo”, Vita e Pensiero, Milano, 2004, pag. 124) la carta “umanistica più attenta e scrupolosa della Toscana, sia nella parte idrografica che in quella orografica”, frutto di rilievi e misure dal vero.

Altri cartografi italiani dell’epoca usano il termine “Montuniata”: vedi per tutti Girolamo Ruscelli in una mappa della Toscana del tardo ‘500.

Anche Johannes Jansonn, altro apprezzato cartografo della prima metà del ‘600, usa la denominazione “Montuniata” ma spesso anche “Montagnata”.

Giovanni Antonio Magini, vissuto dal 1555 al 1617, illustre matematico e astronomo, professore presso l’università di Bologna, che è stato traduttore e commentatore dei libri di Tolomeo, nelle sue opere cartografiche ricorre anch’esso sia all’uso di “Montuniata” che di “Montagnata”, mentre Willem Blaeu, cartografo e navigatore olandese, che in Amsterdam nel 1635 stampò in proprio  l’opera ”Atlas Novus” preferisce la denominazione “Montagnata”.

Si nota così, al termine di questa breve disamina sulla cartografia, che viene usato il termine “Montuniata” nelle epoche più lontane (secoli XV e XVI) per passare poi gradualmente all’utilizzo di “Montagnata”. Come questo può essere spiegato?

Indubbiamente i due termini, per la loro vicinanza grammaticale e per la loro assonanza, si possono vicendevolmente alternare senza grande sorpresa. Tuttavia è lecito pensare che montagnata possa costituire una deformazione lessicale di montuniata, oppure che la voce montagnata sia stata raccolta nel linguaggio parlato del ‘600, poiché nella comune accezione delle comunità e dei nuclei stanziali limitrofi, la zona montana veniva spesso indicata come “la montagna” ed il cartografo,  accortosi che quel monte non era poi un massiccio isolato ma un insieme orografico, cioè un gruppo di vette, lo potrebbe aver registrato come “Montagnata”. Forse le due ipotesi non si escludono automaticamente l’una verso l’altra, ma addirittura si combinano, poiché la deformazione linguistica trova una intrigante corrispondenza nell’ipotesi paesaggistica e morfologica, ed in questo senso si rafforza e si consolida.  Anche se è interessante scoprire come i due termini si siano avvicendati o associati, l’etimologia  ne rimane pressoché inalterata.

Infatti, successivamente nel 1700/800, nelle mappe geografiche appare “Montamiata” ,  che si lega facilmente per modesto e comprensibile assestamento linguistico ad entrambi i precedenti toponimi, e quindi Monte Amiata.

HEIMAT

Nel 1986, in un convegno di studi storici sull’Amiata  medioevale (raccolti da Ascheri e Kurze nel testo “L’Amiata nel Medioevo” , Roma, Viella,1989), viene avanzata una interessante proposta toponomastica da parte di una relatrice, la prof.ssa Maria Giovanna Arcamone, docente presso la facoltà di letteratura e filosofia dell’Università di Pisa, accolta come un contributo di notevole spessore alla ricerca etimologica in questione, ma anche  accompagnata da qualche perplessità, specie fra gli studiosi locali. Secondo l’Arcamone, che aveva svolto dettagliati studi sulla presenza dei Longobardi in Toscana, il termine Amiata sarebbe avvicinabile e conseguenziale alla parola tedesca “heimat”, che è traducibile nell’italiano “patria”. Per i longobardi, stanziati  nel ducato di Chiusi, da dove è visibile un paesaggio impreziosito e arricchito dalla mole del monte Amiata, quella montagna si sarebbe presentata come la loro patria, o comunque come una patria anelata. Così come impostata la tesi dell’Arcamone appare quanto mai suggestiva e anche velata di una sensibile inclinazione poetica, sentimenti che mal si conciliano con l’istinto guerriero e tracotante dei  conquistatori longobardi, i cui sistemi di saccheggio furono assai distruttivi. Peraltro dopo qualche secolo, con l’avvenuta cristianizzazione e integrazione, i Longobardi accettarono in una certa misura la civiltà dei costumi e delle relazioni umane, ma a quel punto, con le nuove tendenze linguistiche acquisite, non potevano più utilizzare parole come “heimat”.

Ma, a parte l’autorevolezza della Arcamone, cui va dato il merito di aver aperto una rilevante finestra di dibattito e di informazioni storico-linguistiche,  ritengo scarsamente sostenibile l’origine “heimat” nella toponomastica della voce “amiata”. Queste per sommi capi, le motivazioni:

1)     Per sua stessa ammissione l’Arcamone rileva la scarsità dei toponimi classici della lingua longobarda in tutta l’area amiatina. Nell’analisi della corrispondenza lessicale fra heimat e amiata ammette l’esistenza di due trasposizioni fonetiche di un certo rilievo: lo slittamento della “i” e la deviazione dell’accento, il che in un vocabolo di due sillabe appare una deformazione eccessiva.

2)     L’uso del termine germanico “heimat”, se il significato di allora può essere parificato a quello attuale, cioè corrispondente all’italiano patria, sarebbe più riferibile al territorio di provenienza che non alla località di arrivo, in questo caso di assoggettamento, come tra l’altro fa presente Marco Bucciarelli in un acuto articolo pubblicato sul Nuovo Corriere dell’Amiata, marzo 2002, dal titolo “il toponimo Amiata: heimat  si o no”. Del resto anche l’Arcamone rappresenta un altro probabile significato che assumeva heimat nel linguaggio longobardo, attribuendo al termine una valenza riferita soprattutto al villaggio natio, o addirittura al podere ereditario, versioni che accentuano ancora di più il riferimento alla località di provenienza.

3)     Per quanto concerne l’oronimo “Amiata”, l’Arcamone ha limitato il suo studio, peraltro una minuziosa e considerevole fonte di suggerimenti storici originali, solo ad un gruppo etnico, quello dei longobardi, quando questo stesso territorio ha trovato riferimenti importanti nella civiltà etrusca e in quella romana, che hanno usato denominazioni spesso riportate da storiografi, cultori, geografi latini e medioevali.

4)     Le denominazioni, assegnate all’attuale area del monte Amiata, sono sempre state  precedute dalla specificazione “monte”. Fino a circa un secolo fa era raro trovare la parola oggetto della presente ricerca priva del prefisso “monte” (vedi per tutti Montamiata del Repetti) che ne determinava un unico oronimo. Avendo dimestichezza con la toponomastica di questa parte della Toscana, si rileva facilmente la presenza di toponimi composti: vedi Montalcino, Montepulciano, Montegiovi e molti altri. Con heimat si entra in un ordine di idee che presuppone una disaggregazione fra il sostantivo (monte) e il termine che lo individua. La ricomposizione, attuata nel linguaggio parlato combinando un termine latino e uno germanico, per di più riferibili ad epoche totalmente diverse,  è da ritenere assai improbabile, anche se non può essere del tutto esclusa in sede di convergenza linguistica.

La ricerca dell’Arcamone si basa soprattutto sui contenuti lessicali del Codex Diplomaticus Amiatinus, circa l’origine del termine Amiata. Estende le sue considerazioni a gran parte dell’area amiatina, trovando termini di provenienza germanica-longobarda solo nei cognomi di famiglie e non in denominazioni geografiche, con irrilevante diffusione di toponimi germanici, sia nel versante orientale che in quello occidentale. Lancia interessanti parallelismi con la toponomastica dell’area lucchese, ove i longobardi ebbero una massiccia presenza soprattutto in termini di potere e autorità, ma senza ricavarne attinenze significative

Il reperto del termine “Amiate”, presente nei documenti del Codex Diplomaticus Amiatinus, che è il fondo archivistico del monastero di San Salvatore, fatto riemergere da Wilhelm Kurze, ha fornito tuttavia all’Arcamone l’opportunità di un utilizzo del toponimo per uno studio, le cui conclusioni, come abbiamo visto, non  mi sento tuttavia di condividere. Kurze, studioso tedesco, professore dell’Istituto Storico Germanico di Roma, ha compiuto studi imponenti sugli atti dell’abbazia di S. Salvatore sul monte Amiata, trascrivendo circa 370 pergamene, da cui è possibile ricavare utilissimi spezzoni di storia non solo del Monastero, ma anche di una vasta zona della Toscana meridionale. La voce “Amiate” è presente in alcune parti del Diplomaticus, anche se compare con varianti spesso ardite e fantasiose, ma molte volte preceduta dal prefisso monte o mons, a testimonianza di un appellativo già presente nell’VIII e IX secolo, che sono poi i secoli di dominazione longobarda, cui l’abbazia era strettamente imparentata per avere una origine sicuramente germanica. Erfone, il monaco friulano cui si deve la scelta del luogo e la fondazione del convento, agiva su probabile patrocinio dei re longobardi, nell’ottica di una espansione politica e di una continuità territoriale del regnum.

CONCLUSIONI

Rimane difficilmente spiegabile come il termine Amiate (o sue varianti aimado, ammiate, amite, meate e altre) sia presente nelle carte dell’abbazia di San Salvatore per l'intero periodo medievale, poiché questo termine non si afferma decisamente nel territorio che ci interessa. Anzi lo ritroviamo in misura fortemente minoritaria a fronte degli appellativi montuniata, montagnata, montamiata, che hanno un enorme sopravvento nei secoli successivi, fino a tutto il 1700. Solo nei “Commentari” di Pio II Piccolomini, nella versione stampata da Basa a Lione nel 1584, si ritrova un esplicito riferimento  al termine “Amiata”, ma è evidente il rapporto che un pontefice poteva avere con il monastero di San Salvatore, e quindi essere in grado di attingere riscontri presso un presidio culturale cattolico di quel tipo.

Limitandosi alla ricerca dell’origine del solo oronimo Amiata,  non è neppure da escludere che siano esistite due radici linguistiche che portano poi allo stesso risultato: una appartata nelle mura di un monastero, che, pur essendo per quell’epoca un faro di erudizione e di orientamento culturale (12),  non riesce ad imporsi nelle comunità locali in fase di crescita intorno ai castelli o alle pievi; l’altra che serpeggia e si diffonde nel linguaggio del volgo e delle etnie autoctone che risentono maggiormente delle vicende e delle tradizioni legate alle culture più lontane che esse stesse hanno praticato.    Si può dunque affermare che in una ricerca linguistica come quella che stiamo prendendo in considerazione, le trasformazioni linguistiche dell’idioma parlato, i mutamenti fonetici, le deformazioni grafiche e grammaticali, tutte peculiarità avvenute nel corso di secoli, sono estremamente difficili da ricostruire, per cui qualsiasi ipotesi, anche la più ardua, può avere una sua plausibilità(13).

Senza la pretesa di trarre delle conclusioni e nemmeno quella di aver chiarito, in termini di certezza, l’origine dell’oronimo Amiata, ritengo di poter affermare che l’ipotesi cosiddetta sacrale, convalidata dal percorso toponomastico Mons Tuniatus-Montuniata-Montamiata, offra elementi maggiormente attestati, confermati in parte dai più recenti ritrovamenti archeologici nell’area amiatina che mettono in luce l’esistenza di culti consacrati alle massime divinità pagane o etrusche.

Umberto Rambelli

                                                                                                                                       

1)     Silvio Pieri, linguista (Lucca 1856-Firenze 1936), professore di glottologia nelle università di Catania e di Napoli. Ha trattato la toponomastica di alcune zone della Toscana.

2)     Termine latino dal significato di “apertura piuttosto stretta”, che serva di passaggio.

3)     Massimo Pallottino: Etruscologia, Milano, Hoepli, 1984.                                     Mario Torelli: Storia degli   Etruschi, Bari, Laterza, 2003

4)     Cambi-Dallai: Archeologia Medievale n.27/2000, Firenze, All’Insegna del Giglio. Umberto Sansoni: La sacralità della montagna, Centro Camuno, 2001.

5)     Leandro Alberti: Descrittione di tutta l’Italia, riedizione anastatica, Leading edizioni, 2000. In formato Pdf al sito www.liberliber.it/biblioteca.

6)     Marco Porzio Catone, detto il Censore, vissuto tra il 239 e il 149 avanti Cristo, fu     un oratore politico, magistrato e scrittore di storia, autore di Origines, il primo trattato storico latino.

7)     Esistono altre interpretazioni sulla voce che Plinio indica  come affluente del Tevere, ma scarsamente attendibili  poiché individuano Tinia con il fiume Topino, il cui nome antico sembra essere stato diverso da Tinia. Peraltro l’odierno Topino non  sfocia, né è mai sfociato, direttamente nel Tevere.

8)     Vedi www.csun.edu/~hcfll004/SV126ml8.ht.

9)     Vedi www.uni-mannheim.de/mateo/camenaref/hofmann/hof4/s0938c.html, pag. 209-210

10)   Tutti questi testi possono essere consultati, alcuni solo in parte per motivi legati al copyright, nell’ambito dell’utilissima iniziativa di Google, che va sotto il nome di GoogleBooks, in italiano Google Libri, che è una sorta di progetto di biblioteca universale che intende mettere online tutto ciò che di scritto si conserva nell’intero pianeta.

11)   Giovanni Brancaccio: Geografia, cartografia e storia del Mezzogiorno, Napoli, Guida Editori, 1991. Vedi: digilander.libero.it/diogenes99/Cartografia/Cartografia02.htm

12)   Wilhelm Kurze: Monasterium Erfonis, 950° anniversario della consacrazione, 1987.

Kurze-Prezzolini: L’abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, documenti storici, architettura, proprietà, Firenze, All’Insegna del Giglio, 1988

13)   Odile Redon: Uomini e comunità del contado senese, Accademia degli Intronati, Siena, 1982

 

(Lo studio  sopra riprodotto sull'oronimo  "Amiata" è tratto dalla rivista culturale "Amiata Storia e Territorio",  n. 67,  aprile 2012 , edizioni Effigi, Arcidosso)

 

   

 

La mappa antica titolata “Thusciae descriptio”, autore Hieronimus Bellarmato, che l’ha elaborata incidendo il disegno nel rame , nel 1536, inserita da Abraham Ortelius nel primo atlante che la storia conosca, il Theatrum  Orbis Terrarum, pubblicato una prima volta nel 1570, cui seguirono molte altre edizioni in lingue diverse. E' evidente l'indicazione "Montuniata". Questo mappa, per rigorosità scientifica e per il livello qualitativo della ricerca, è una delle più stimate nel panorama dell'antica cartografia italiana.

 

 

 

 

  Gli altri toponimi del territorio del monte Amiata

 

      Per quanto concerne l'origine dei toponimi ed oronimi del territorio amiatino, molti di essi sono di facilissima comprensione derivando la loro radice da chiare voci latine o di tardo latino. Si tratta infatti di toponimi composti, che hanno come prefisso alcuni "monte" o "piano", altri "castello" nelle varie loro accezioni. Rientrano in questa categoria Castiglion d'Orcia, Rocca d'Orcia, Roccalbegna, Montenero d'Orcia e la stessa Abbadia San Salvatore (che assume direttamente la denominazione del monastero). Stesso discorso per Casteldelpiano (Castrum Plani) e Piancastagnaio (Planum e castanea con il suffisso -arius) che fanno riferimento specifico ad un pianoro, che contraddistingue queste due cittadine.  Qualche considerazione in più meritano invece Montegiovi e Monticello Amiata: Montegiovi ha una chiara attinenza sacrale, attribuita dai latini, poichè la divinità denominata Giove (lo Zeus greco)  era pertinente all'epoca romana. Monticello Amiata prendeva il nome nel primo medioevo di Montepinzutolo ( pinzuto è un termine ricorrente nel parlato amiatino, citato anche dal Fatini, e sta a significare "appuntito", "acuto" per la forma che forse assumeva il vecchio abitato, posizionato in un erto colle). Era un avamposto occidentale dei Monaci di San Salvatore e fu distrutto da un furioso incendio di cui le cronache parlano in modo confuso. Il nucleo di casupole faticosamente ricostruito prese il nome di Monticello, piccolo monte.

      Montelaterone, secondo alcuni proviene da mons a latere, cioè un colle che veniva a collocarsi, per motivi difensivi nella parte occidentale a lato della montagna, con una rocca posta a garanzia di eventuali aggressioni dalla pianura e forse anche dal mare, anche se in tal caso la distanza dalle coste rappresentava già un motivo di sicurezza per gli abati di San  Salvatore, forse spaventati dalle invasioni saracene che all'epoca erano frequenti nel mar Tirreno. Ma non si esclude per Montelaterone anche un etimo riconducibile alla dea Latona, il cui culto era venerato più nell'antica Grecia che a Roma. Latona fu resa madre dallo stesso Zeus e partorì due grandi divinità mitologiche: Artemide e Apollo. E' assai intrigante notare che Montelaterone e Montegiovi sono vicinissimi ed accomunati, in questo caso, da una denominazione etimologica che si relaziona alle massime divinità dell'epoca greco-latina.

      Per l'etimo di Arcidosso, occorre spendere qualche valutazione in più. Fino a qualche tempo fa si riteneva che le radici latine arx e dossum stessero a significare un insediamento a ridosso dell'arce, cioè rocca o castello. Ma un documento dell'860, cita espressamente Arcidosso, per cui essendo accertato che la costruzione della rocca-fortezza di Arcidosso va fatta risalire, secondo risultanze archeologiche attendibili, al 947-950, il rapporto con l'arx diviene del tutto insostenibile. Eugenio Casanova, un illustre storico-archivista del primo novecento, suggerisce un riferimento alle radici latine arcus e dorsum cioè arcate e dorso per spiegare un nucleo abitato sul dorso di un'altura rocciosa con pietre dalla forma di arcate, del tutto compatibili con la morfologia geologica. Nello Nanni, un attento storico locale arcidossino, propone un'origine legata ad un insediamento che sarebbe stato così denominato nell'alto medioevo per localizzarsi al di là o sopra (arci) un dosso, presente nella zona.

      Castiglione d'Orcia, Rocca d'Orcia, Ripa d'Orcia, Montenero d'Orcia, Campiglia d'Orcia, Vivo d'Orcia, Val d'Orcia, hanno in comune il fiume che scorre a nord della montagna amiatina, l'Orcia, principale tributario dell'Ombrone. L'Orcia riceve una buona parte delle acque provenienti dai quei versanti nord ed est dell'Amiata. L'origine del termine Orcia è probabilmente da riferire alla produzione dei grossi vasi di terracotta, gli orci appunto, utilizzati in grande quantità per la coltivazione di oliveti e di altre derrate agricole, di cui la val d'Orcia in ogni tempo ha vantato  cospicue colture ricordate non solo nei testi letterari dell'epoca, ma anche nei paesaggi che hanno contraddistinto la pittura toscana del XIV e XV secolo (vedi Ambrogio Lorenzetti, il gotico senese di Simone Martini e i paesaggi affrescati nel rinascimento toscano). Per l'Orcia è comunque da escludere un etimo riferito a orza (detta anche nel lessico marinaro orcia), termine della navigazione marittima, troppo lontano dalla realtà ambientale del territorio.

      Per Campiglia d'Orcia, il termine campiglia deriva abbastanza pacificamente dal latino campus (campo) con l'aggiunta del suffisso -iglia, a significare una serie di campi, interpretazione che vale anche per altre località che assumono il nome di campiglia, ma non più presenti nel territorio che ci interessa.

      Castellazzara, chiamata in passato Castellum Lazzarii è un composto del termine castellum  e del nome latino di persona Lazzarus o Lazzarius. Del resto il cognome Lazzari, pur nella defomazione Lazzeri, è presente in modo rilevante tutt'oggi nel paese. Altra versione farebbe originare il nome di Castellazzara  da una composizione lessicale che associa l' antico maniero alla "zara" (termine di origine araba) che era appunto un gioco a dadi dell'antico medioevo, come ricorda Dante nel Purgatorio. L'episodio citato da Dante a proposito della zara non sembra riferirsi tuttavia a Castellazzara, che solo la leggenda dice fosse disputata a dadi da un Bonifacio della casata Aldobrandeschi.

      Ma Dante nello stesso canto del Purgatorio descrive Santafiora, la cui contea si presentava in quei tempi "oscura" oppure "sicura" o ancora come "si cura". Ma l'etimo di Santa Fiora nulla ha da spartire con Dante. La derivazione è attinente ad una delle due sante patrone: una è Lucilla, l'altra è Flora, da cui Santa Fiora. Si narra che Flora e Lucilla fossero due sorelle, cittadine romane, rapite da un musulmano, poi convertitosi al cristianesimo, e sacrificate nel III secolo d.c., per non aver rinunciato alla propria fede: le loro reliquie furono poi trasportate in un monastero di Arezzo.

      Nella logica dei santi rientra anche il toponimo Bagni San Filippo.  Si racconta, ma ciò è attestato in molti testi sacri, che il prelato Filippo Benizi, poi santificato, fece il gran rifiuto nel conclave di Viterbo del 1268, rinunciando alla augusta carica di pontefice, per ritirarsi in una grotta prossima a questa località che da lui prese nome.

      Le acque sorgive, anche termali, sono una portentosa presenza sui versanti del monte Amiata. Esse giustificano i toponimi come Bagnore, Bagnolo e Bagnoli, la cui radice è chiaramente riferibile a sorgenti idropiniche minerali e/o termali.

      Radicofani è una delle voci geografiche che è riconducibile ad un'origine longobarda. Secondo un'interpretazione abbastanza attendibile il toponimo sarebbe formato da due termini, il primo dei quali possibile derivazione da "rad" che nell'alto tedesco antico stava a significare "consiglio" nel senso di dominio e di organo di potere, e il secondo attribuibile a personaggi  o famiglie locali che ne vantavano probabilmente una egemonia territoriale, in questo caso Cofili.La stessa ipotesi è formulabile anche per altre località che portano lo stesso suffisso Radi (ad esempio Radicondoli, luogo toscano, ma non amiatino)

      Assai stimolante la ricerca dell'origine del nome Seggiano: una prima interpretazione la fa risalire all'unione dei termini latini sedes e Janus, luogo di Giano, divinità presente nel culto locale sia nel periodo etrusco che in quello romano. Già da quasi un secolo l'etimo allude a quel grande tempio la cui presenza è stata attestata dal ritrovamento di importanti antefisse con testa femminile risalenti al V secolo avanti Cristo, di cui una conservata al Museo archeologico di Grosseto, la cui consacrazione al dio Giano bifronte non è stata tuttavia ad oggi dimostrata, anche se ne appare indubitabile la rilevanza, sia per la strategica collocazione dello stesso tempio, sia per le dimensioni dei pezzi rinvenuti. Per questo vi sono altre ipotesi etimologiche: una fa riferimento alla gens Sergia, da Serjanus, capostipite. Recentemente l'archeologo Marco Pistoi ne propone un'altra meritevole di attenta considerazione: la sergia infatti era una varietà di oliva, così indicata da alcuni autori latini, forse affine alla nota olivastra seggianese (vedi Amiata Storia e Territorio, nn. 65-66, pag. 25).

      Pescina è un vocabolo di chiara origine longobarda, come Pescia in lucchesia e altri toponimi contenenti una simile derivazione di natura idrica (torrente, ruscelli).

      Come si nota, l'etimologia amiatina non può prescindere da quel concetto di sacralità, che da sempre è stato associato alla montagna toscana. Anzi per quanto abbiamo visto tale concetto ne esce rafforzato, per i riferimenti cospicui e numerosi che si hanno sia alla mitologia greca e romana, sia ai culti etruschi e latini.

      Alcuni nomi distribuiti sia sul versante occidentale che su quello orientale della montagna meritano attenzione. Partiamo dalla Pieve di Lamulas, la cui derivazione è accreditabile al villaggio Lamole attivo nel medioevo come mercato e forse la cella periferica più importante dei monaci di San Salvatore; Lamole origina con una certa sicurezza dal termine latino lama che sta a significare acquitrino, ristagno d'acqua, prossimo ad un fiume, in questo caso l'Ente che sboccherà più avanti nell'Orcia, dopo aver ricevuto le acque dello Zancona e del Vivo. Nulla a che vedere con la leggenda per cui una mula si sarebbe inginocchiata davanti al tempio, e da cui sarebbe derivato il nome.

      Salaiola è forse da ascrivere ad un'origine germanico-longobarda, ove sala poteva significare dimora, casa, grande stanza di accoglienza. Stribugliano ha un'origine molto più incerta, ma prevale un'estrazione latina classica: il riferimento è ad una gens Strabilia. La frazione di Zancona, nota per le vicende legate a David Lazzaretti, acquisisce il nome dall'omonimo fiume/torrente, che a sua volta viene da zanca, termine latino che vuol dire piegatura di asta o svolta di fiume, o anche semplicemente zampillo, pienamente conciliabile con le sorgenti dello Zancona.

      Ermeta, il tempio che si trova ad un'altitudine di  oltre mille metri nel comune di Abbadia, un prezioso reperto architettonico del passato, la cui nascita si lega alla storia, ma anche alle leggende, del Monastero di San Salvatore, è un toponimo  classificabile come derivazione della voce del basso latino eremus o addirittura del greco eremos, luogo solitario in cui si ritirano religiosi o anche laici. La stessa derivazione vale anche per il tempietto dell'Ermicciolo vicino alle sorgenti del Vivo.

      Desta un certo interesse la frazione di Piancastagnaio, Saragiolo. A primo impatto si direbbe attinente senza perplessità, alla saracia o saragia, che nell'Amiata e in molti altri territori costituisce un sinonimo di ciliegia, ma così non sembra essere. Il Fatini infatti collega Saragiolo all'uva saragiola, un vitigno che si coltivava in quella zona, ma che per l'altitudine troppo elevata (quasi mille metri) dava origine ad un vino scadente chiamato vino saragiolo.

      Un toponimo strano è quello di Esasseta, una frazione di Abbadia San Salvatore. L'ipotesi più plausibile, nell'incertezza più totale, è l'attinenza ad un luogo sassoso, appunto una sasseta o pietraia.

      Andiamo a Selvena, frazione di Castellazzara, per scoprirne l'etimo. Esistono due versioni prevalenti: una che associa il termine latino sylva alle vene di minerali, che si ritrovano in quantità considerevole in quel territorio; l'altra che più semplicemente si rapporta al  vocabolo latino silva, cioè selva, bosco, foresta, il cui diminutivo può benissimo divenire silvina, come risulta da alcune pergamene dell'archivio del monastero di  San Salvatore. Mi sento di approvare quest'ultima tesi, sostenuta tra l'altro da G.B. Vicarelli, anche in relazione alla morfologia di Selvena, la cui vegetazione boschiva è alquanto modesta rispetto a quella circostante all'abitato di un'altra frazione vicina e dallo stesso etimo, cioè La Selva, che presenta, di contro, l'austera foresta di abete bianco del Convento della Santa Trinità.

      Per i luoghi di alta montagna, vale soffermarci sui toponimi dei pianori, che sono anche stazioni di partenza di impianti e piste per gli sport invernali, e più esattamente il pian della Marsiliana, i prati delle Macinaie e della Contessa. La voce Macinaie nasce dalle macine che probabilmente si ottenevano dalle rocce di peperino o trachite che sono presenti in grande quantità in quel luogo. La lavorazione per renderle idonee per i mulini e per i frantoi avveniva probabilmente nelle comunità di Casteldelpiano e di Arcidosso, ove si avvertiva la necessità di frangere olive e castagne. I nomi Marsiliana e Contessa trovano probabile origine in due leggende diffuse in zona e riguardanti due affascinanti fanciulle: Marsiliana ricorda la bella Marsilia, rapita dal pirata saraceno Barbarossa e portata in dono a Solimano, il sultano di Costantinopoli. Questa leggenda è più pertinente al territorio di Maremma (ove avvenne il rapimento) che non a quello amiatino, seggianese in particolare, ma le leggende in tempi passati si diffondevano velocemente, più delle notizie sugli eventi reali. D'altra parte è difficile pensare ad un toponimo proveniente dall'antico veliero mercantile detto la marcigliana, che si adatta più a località marinaresche che non a quelle montane. Vale anche ricordare che alcuni territori dell'Amiata furono assegnati in gestione dagli Aldobrandeschi ad una nobile famiglia senese, i Marsili, ma non vi sono grandi riscontri in poroposito. Il prato della Contessa trova riferimento ad una fanciulla della casata Aldobrandesca, che ospite estivo del convento di Abbadia, avrebbe fatto diradare la foresta per favorire l'organizzazione di tornei cavallereschi, cui avrebbe partecipato un cavaliere, suo dolce spasimante.

   

Bibliografia:

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      Battisti-Alessio: Dizionario etimologico italiano, Firenze, Barbera, 1950

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      Bianchi Bandinelli in Monumenti antichi, Accademia Nazionale dei Lincei, 1925

      Ottorino Pianigiani: Vocabolario Etimologico della lingua Italiana, Roma, Albrighi & Segati, 1907

      Tristano Bonelli: Dizionario Etimologico della lingua Italiana, Milano, Vallardi, 2006

      Roberto Danese: L'etimologia latina delle parole italiane, Rimini, Guaraldi, 2007

      Carla Falluomini-Federico Belli: Goti e Longobardi a Chiusi, Chiusi, ediz. Lui, 2009

 

 

 

 

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