Sede della Contea degli Aldobrandeschi fin dal X secolo, Santa Fiora merita un particolare cenno per le tradizioni popolari e per i caratteri ambientali che tuttora conserva, oltre al fatto di costituire un luogo di ameno soggiorno e riposo nel territorio dell'Amiata.

Le sorgenti del fiume Fiora alimentavano, prima che fossero destinate ad una rete di acquedotti diretta a tutta la Toscana del Sud, una peschiera inserita in un parco alberato altamente suggestivo, che completava il vasto giardino padronale degli Sforza-Cesarini, signori di Santa Fiora all'indomani della caduta degli Aldobrandeschi. Oggi la cosiddetta Peschiera è tuttora esistente ed è utilizzata, oltre che per l'allevamento di trote e di carpe, anche come itinerario turistico.

Di grande interesse il centro storico di Santa Fiora, che presenta al suo apice una piazza ove si affaccia il palazzo Municipale, oltre a ciò che resta delle fortificazioni medioevali, piazza che è da considerarsi il salotto buono dell'intero territorio amiatino. Di recente è stato allestito un museo delle miniere, che pur non risultando esteso e documentato come quello di Abbadia, segna una signifificativa evocazione dell'epoca mineraria vissuta intensamente  nel territorio di Santa Fiora e Castellazzara (miniere di mercurio del Siele e del Morone).

Dalla piazza, percorrendo la via Carolina, si giunge alla Chiesa della Pieve (delle Sante Flora e Lucilla, patrone del paese), ove si trova l' opera d'arte, forse la più rilevante dell'intero territorio amiatino. Si tratta della collezione delle pregevoli ceramiche di Andrea della Robbia (1435-1525), autentiche gemme dell'arte toscana, sia per per esecuzione tecnica, di cui è prova luminosa la perfetta conservazione nei secoli, che per sensibilità artistica. Fra esse segnaliamo la Madonna della Cintola, il Battesimo e l'Ultima Cena, oltre ad un trittico con l'Incoronazione al centro e i santi Francesco e Girolamo nei riquadri laterali.

Ancora da segnalare è una pregevole stagione musicale, che si ripete ad alti livelli nelle ultime tre-quattro estati, e che ha consentito la rappresentazione di manifestazioni  musicali sinfoniche, jazz e musica etnica, con un rilevante interesse di pubblico. 

Emissioni di vapore per la produzione di energia geotermica nella frazione di Bagnore.

 

SANTA FIORA, provincia di Grosseto. Altitudine mt. 687. Abitanti 2767. Dista da Grosseto 61 km., da Siena 73 km. dal casello di Chianciano-Chiusi dell'A1 66 km.. Alberghi, ristoranti ed altre strutture ricettive di buona qualità.

Santa Fiora è assai popolata, contandovisi circa 2000 abitanti, compresi in questi coloro che vivono nei villaggi e casali circonvicini, frequenti e pieni di gente.

Copiose sorgenti d'acqua scaturiscono tanto dentro il castello, quanto nel contorno del medesimo. Questa grande abbondanza di acque perenni è stata utilmente diretta al servizio ed al comodo di mulini, di due gualchiere, di una ferriera e di una tintoria, che vi sono stabilite. Non vi ha dubbio che basterebbe essa a formare una vera ricchezza in paesi, ai quali fosse più facile l'accesso, ed in conseguenza lo smercio delle proprie manifatture.

Vi è pure una gran peschiera di acqua viva nella parte inferiore del Castello, in piano, costruita per vivaio di trote ad uso proprio dei Conti. Molte ne viddemo noi nuotare, ma nel sapore, e delicatezza, cedono esse a quelle che si pescano nella Fiora, delle quali difficilmente potrebbero trovarsene migliori in altri paesi d'Italia.

Non voglio terminare questo capitolo senza notare, che in Santa Fiora vi è l'uso solenne per il primo di maggio, di portare dalle selve circonvicine un albero intiero, e quello piantare in onore del maggio, entro il paese medesimo con gran festa e grandi acclamazioni (G. Santi, Viaggio al Monte Amiata, anno 1795).

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Nella parte marittima dello Stato senese, furono una volta i Conti nobilissimi di Santafiora; erano così potenti in Toscana tanto che potevano in ogni giorno dell'anno mutare luogo, e stare in un luogo sicuro; così numerosi(365) erano i castelli fortificati di loro proprietà. Ma ebbero sempre guerra colla città di Siena....(dagli Assempli di Fra Filippo da Siena, anno 1725)

 

Quando Arialdo, vescovo di Chiusi, chiamò in suo aiuto per combattere il Monastero di San Salvatore, il conte Ildebrando Aldobrandeschi, non poteva prevedere il male che un giorno avrebbe fatto, oltre che al Monastero, al suo Vescovato, con quella chiamata.

Gli Aldobrandeschi misurarono da quel giorno la potenza dell'uno e dell'altro e la loro ricchezza, e si prepararono ad abbattere la prima e ad impadronirsi della seconda, e così ottennero il pacifico dominio di tutta la regione.

Questa famiglia degli Aldobrandeschi è antichissima. Il Repetti e l'Ughelli la vogliono di origine salica; la loro opinione però è errata. Gli Aldobrandeschi, di pura origine longobarda, alla pari degli Ardengheschi, dei Pannocchieschi e degli Albizzeschi, scesero nell'Italia Centrale quando il re Autari tentò la conquista di tutta la penisola, e si posarono a Santafiora e nella Maremma toscana, non lungi dal lido tirrenico, ove ancora le due città etrusche di Sovana e Roselle fiorivano per potenza, per armi, e per ricchezza di commerci.

Il Liverani, nella sua opera "Antichità Italiche", ci dice che il Re longobardo investisse il conte Rapprando della signoria di Roselle. Non sappiamo su quali documenti il Liverani abbia appoggiato questa sua asserzione; ma egli è storico troppo scrupoloso per asserire una cosa senza prima accertarsi dell'esistenza di essa. Il Repetti dice che la famiglia Aldobrandeschi comincia ad apparire nella storia solo intorno all'anno 803. Noi possiamo dire che vi appare anche prima: in una pergamena della città di Roselle e conservata nell'archivio di Stato di Firenze, risalente all'anno 729, si parla di un Ghidelmo Aldobrandeschi, signore di Roselle, e questa è la prova migliore dell'origine longobarda della famiglia, perchè, a quell'epoca, i Franchi non erano ancora discesi in Italia.

Durante il secolo XI, da Santafiora allargarono la loro signoria anche nel Lazio impadronendosi dei castelli di Proceno e Valentano. Forse la loro ambizione tendeva verso Roma, ma le potenti famiglie degli Orsini e dei Savelli opposero una barriera insuperabile al soddisfacimento delle loro ambizioni. Ed allora pensarono di fare propria l'Amiata; cominciarono col pretendere la signoria di Arcidosso, basandosi sopra un atto di donazione fatto dalla contessa Ermengarda. I Monaci di San Salvatore, che erano al possesso di detto castello, preferirono venire a trattative anzichè fare una guerra, ed allocarono il Castello agli Aldobrandeschi mediante il pagamento annuo da parte di costoro di dieci ducati. Ma questo era il primo contatto: dopo Arcidosso gli Aldobrandeschi vorranno i castelli di Montelaterone e di Montepinzutolo (attuale Monticello Amiata), e la guerra, ora sorda, ora aperta, continuerà fino alla fine del Monastero ed anche in parte degli stessi Aldobrandeschi, perchè essi pure si esaurirono nella lunghissima lotta.

Al principio del secolo XIII era a capo della potente famiglia il conte Guglielmo, il "gran Tosco" dell'Alighieri. Costui, assetato di conquista, venne presto in contrasto col Monastero. Chi non ricorda la terzina del canto XI del Purgatorio nella Divina Commedia:

"Io fui latino e nato d'un gran tosco:
Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
Non so se 'l nome suo già mai fu vosco"

Sono le parole con le quali Omberto Aldobrandeschi si presenta a Dante alle porte del Purgatorio, mentre attende con molti altri, tra cui Manfredi, Pia de'Tolomei senese, Buonoconte da Montefeltro, anime tutte che essendo di ferma fede cristiana, non ebbero il tempo di pentirsi e scontare i propri peccati per aver avuto una morte violenta ed improvvisa (Giovanni Volpini: Storia del paese e del Monastero di San Salvatore, 1953).

 

 

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