Quel "matto" di David

Un personaggio storico da restituire alla dignità di un vissuto troppo facilmente umiliato e sminuito, in tempi

diversi e con motivazioni diverse non sempre disinteressate

 

 

Era il 18 agosto 1878, all’alba partiva dal monte Labro una variopinta processione guidata da David Lazzaretti verso Arcidosso. Le finalità di quell’iniziativa non erano al momento molto chiare, cosa volesse dimostrare David ai suoi conterranei amiatini, forse il suo potere di riformatore religioso, forse una protesta sociale pacifica verso le autorità costituite, forse una provocazione per un mondo nuovo. Sta di fatto che ad Arcidosso, ad aspettare lui e le sue minacciose milizie formate da bambine vestite da angioletti, da donne con vesti multicolori e da timidi contadini  che intonavano lodi al Signore, vi era una pattuglia di forze dell’ordine locali cui si era aggiunto un militare di ignota provenienza arrivato ad Arcidosso per l’annunciato evento, sulla cui presenza non vi è stata mai chiarezza, nemmeno nei fatti e negli atti giudiziari e amministrativi intervenuti successivamente. Fatto sta che fu proprio questo militare, a sparare il colpo che colpì mortalmente David. Fu trovato l’anno dopo ucciso in un vicolo di Livorno.

Solo un secolo dopo questo atto repressivo contro David e i suoi, in cui Stato e Chiesa si trovarono stranamente uniti nonostante la conflittualità allora in atto,  qualcuno ebbe a domandarsi chi avesse preordinato la presenza di Antonio Pellegrini, il militare che sparò i colpi mortali all’indirizzo di David, ad Arcidosso ad attendere quel corteo di presunti facinorosi che avrebbero saccheggiato le abitazioni  dei possidenti e dato inizio ad un moto rivoluzionario contro Stato e Chiesa.

Fruttero e Gramellini nel loro testo rievocativo “La Patria, bene o male” edito da Mondadori per  il centocinquantenario dell’unità d’Italia affermano che l’eccidio di Arcidosso del 1878 fu “il primo mistero d’Italia” rimasto tale anche oggi.

Ma nel 1878 e negli anni a seguire le notizie circolavano facilmente addomesticate e le classi dominanti di allora utilizzarono a piene mani le tesi di Cesare Lombroso, che venivano opportune a giustificare non solo un eccidio immotivato ma anche ad agevolare un probabile disegno orchestrato per rinsaldare uno stato delle cose e un assetto clericale allora messo in dubbio da chi soffriva una miseria tangibile ignorata dalle istituzioni dello Stato e dalle gerarchie della Chiesa.

Fatte queste necessarie premesse, cerchiamo di inquadrare  e configurare come David Lazzaretti  entrò nel girone degli alienati mentali, andando peraltro  a far compagnia a quasi tutti coloro che nella storia umana furono più o meno considerati tali per aver predicato e trascinato masse di persone, dando luogo a movimenti rimasti nella storia o nelle culture minori.

La valutazione mentale degli individui è estremamente opinabile e legata al tempo e ai luoghi dove essi operarono. David ebbe la sventura di convivere la sua storia personale in epoca positivista, epoca in cui il senso prevalente era quello della normalità nei comportamenti, intesa soprattutto come accettazione della realtà oggettiva.

Il Positivismo è stato un movimento filosofico e culturale nato in Francia nella prima metà dell'800 e ispirato ad alcune idee guida fondamentali riferibili al progresso scientifico e alla realtà oggettiva Questa corrente di pensiero, indotta anche dalla rivoluzione industriale, si diffonde nella seconda metà del secolo a livello europeo, influenzando scienza e letteratura. Secondo questa filosofia la natura umana doveva incardinarsi nella “normalità”; tutto ciò che ne era al di fuori avrebbe dovuto destare sospetto e comunque debita attenzione.

In quell’epoca, certe affermazioni azzardate e provocatorie del Lazzaretti, conseguenti alla sua rigorosa logica tendente ad un mondo nuovo, ad una catarsi mistica e sociale, in cui egli si proclamava il secondo figlio di Dio e invitava i reggenti ad un radicale rinnovamento degli assetti sociali, non potevano rimanere inascoltate dal conservatorismo imperante, per cui subito dopo la sua morte ebbe inizio una persecuzione del soggetto utilizzando proprio il suo status mentale, facilmente inquadrabile come instabile e precario.

 

Lazzaretti venne ritenuto un deviato mentale da Cesare Lombroso, noto alienista della seconda metà dell’ottocento (1835-1909), padre dell’antropologia criminale. Le teorie lombrosiane, avanzate nell’epoca del positivismo scientifico, sono oggi bollate come “destituite di ogni fondamento”. Dalla forma e dimensioni esterne, in particolare del cranio, del naso e del volto in genere, egli ricavava la presunta pazzia o criminalità dei soggetti. Di questi assunti egli ne fece una scienza che arrivava a giustificare l’inferiorità di intere categorie di umani, la subalternità mentale della donna, il razzismo e la pena di morte. Anche nella sua stessa epoca dovette subire dure critiche motivate. Gli stessi Benedetto Croce, Padre Agostino Gemelli, Arturo Labriola, Sigmund Freud e altri intellettuali di quei tempi non furono teneri con lui. Lombroso, suo malgrado, finì per essere ingenerosamente inquadrato come uno scienziato razzista, anche se razzista non voleva esserlo e probabilmente non lo era, ma  i suoi studi, partendo da concezioni anatomiche fallaci, portavano poi a quelle conclusioni.  Oggi poi le sue teorie nel settore della neuro-psichiatria sono ovviamente del tutto abbandonate. Si consulti a tale proposito Pier Luigi Bolloni: "Cesare Lombroso, ovvero il principio dell’irresponsabilità", SEI, Torino, 1992, e ancora Luigi Guarnieri: "L’atlante criminale. Vita scriteriata di Cesare Lombroso", Mondadori, Milano, 2000.

Anche un seguace del Lombroso, e quindi non lontano dalle sue teorie, un certo prof. Eugenio Tanzi, neurologo e psichiatra fiorentino, si occupò di David Lazzaretti definendolo paranoico nel suo “Trattato di psichiatria” (vol. II, cap. 24), arrivando poi a sostenere che “tutte le religioni non sono storicamente altro che paranoie collettive” e che il neo-cristianesimo di David Lazzaretti “non era molto diverso né più incoerente di quello di Gesù Cristo”. Ovviamente gli atti di fede, la sacralità, la storia dei santi, il martirio non possono essere liquidati in un polverone psichiatrico, come avveniva nella cultura positivista dell’epoca, per cui quando non si corrispondeva a certi modelli scientifici, o a certe formule comportamentali e/o dimensionali del corpo umano, si sarebbe caduti inesorabilmente nell’anomalia e quindi nella patologia mentale.

Un altro esponente della psicopatologia dell’epoca Andrea Verga, alienista lombardo, studiò con attenzione il caso Lazzaretti, con particolare riferimento alle allucinazioni che David raccontava nei suoi scritti. Dopo aver escluso, bontà sua, ogni finalità speculativa e criminale nel suo operato, ebbe a tracciare dei paragoni abbastanza interessanti con le manie mistiche di Santa Giovanna d’Arco, Sant’Ignazio di Loyola, Martin Lutero, San Francesco e il Savonarola, tutte inquadrate secondo le sue tesi in modelli psicopatologici da compatire e da emarginare. E’ qui che può tornare utile un approfondimento che colleghi i personaggi indicati da Andrea Verga a David Lazzaretti. Le allucinazioni erano abbastanza comuni, ma nell’agiografia - anche quella più razionale - le allucinazioni visive o uditive dei santi sono per lo più indicative di miracolose apparizioni o voci provenienti da Dio. Le allucinazione riportate dallo stesso David possono essere ascritte a forme di autosuggestione mistica, che è poi la spiegazione più logica anche per le voci e le apparizioni che fecero cambiare  il sistema di vita, ad esempio,  a San Francesco dopo un’adolescenza e una fase giovanile corrotte e dissolute, come avvenne esattamente per David. Ma altre coincidenze di vita vissuta accostano stranamente il profeta dell’Amiata a San Francesco, come la partecipazione ad eventi bellici contro il potere Pontificio, Francesco a fianco delle armate Ghibelline di Assisi  contro i Guelfi di Perugia (1202, battaglia di Collestrada), David  con i Piemontesi contro lo Stato Pontificio (1860, battaglia di Castelfidardo). Entrambi grandi predicatori, iniziatori di obbiettivi rivoluzionari con un seguito carismatico di proseliti, ma anche di ostili conservatori, morirono alla stessa età di 44 anni. Fondarono comunità con caratteristiche di socialità e solidarietà, quella di San Francesco orientata ad avere un inquadramento religioso (l’ordine francescano), quella di David un inquadramento impostato in regole collettivistiche.

Un richiamo odierno merita inoltre una sia pur superficiale attenzione, fatte salve tutte le diversità di tempo e di spazio. Mi riferisco alle drammatiche vicende di Oscar Romero, oggi  proclamato santo,  che  non divergono eticamente dall’avventura di David Lazzaretti. Romero fu arcivescovo cattolico salvadoregno nel  secolo scorso e svolse un impegno illimitato contro le violenze del regime allora al potere salvadoregno. Le sue scelte primarie erano orientate al riscatto della povera gente del Salvador e la sua azione pastorale ebbe a provocare oltre alla decisa ostilità del potere militare di san Salvador e dei regimi militari dell’America Latina, anche una velata e sotterranea opposizione dell’episcopato cattolico di quella sfortunata parte del mondo. Ebbe rapporti con il papa Paolo VI e successivamente con papa Giovanni Paolo II, ma furono approcci deludenti, esattamente come ebbe Lazzaretti con Pio IX.

Ma ciò che singolarmente  monsignor Romero ebbe in comune con David fu il “martirio”, da entrambi annunciato più volte, nella consapevolezza che la loro opera urtava i poteri forti dell’epoca. Pare che entrambi fossero rassegnati a subire il sacrificio della vita in nome della volontà celeste, e così fu. Oscar Romero fu ucciso con una fucilata di un sicario, rimasto sconosciuto, nel 1980, sull’altare di una chiesa; David fu bersaglio di una fucilata mentre guidava una processione di fedeli. Dopo la morte anche Romero fu bollato dall’episcopato latino-americano come “eterodosso, insano di mente, malato psichico in forma grave e forse plagiato dai suoi consiglieri…”. mentre il popolo dei campesinos lo definiva un “santo”.

Ma non credo opportuno ancora dilungarci sulla ricerca di similitudini fra David e altri personaggi, martiri o santi o modesti servitori dell’umanità, spesso ricorrenti nella storia dei popoli per aver rappresentato atti di ribellione o di misticismo, poi dimenticati o superati dal tempo.

E’ chiaro che una valutazione odierna della condizione mentale di David Lazzaretti non può riferirsi certamente alla cultura positivista, e quindi agli studi di Lombroso, Verga e Tanzi, che in realtà hanno condizionato tutti quei giudizi che ritroviamo in una letteratura sciatta e approssimativa di allora, ma in qualche caso anche odierna, che ha quasi ignorato l’evoluzione della neuropsichiatria e dell’approccio moderno all’antropologia storica e filosofica. Ma lo stesso condizionamento lombrosiano è avvenuto soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica, con particolare riferimento a quella locale, che al di fuori dei giurisdavidici e dei gruppi a lui non avversi, ha determinato una strana e irragionevole ostilità o, nella migliore delle ipotesi, un’indifferenza compassionevole.

In realtà, alla luce delle nuove conoscenze in campo scientifico ed etico, è assai azzardato ipotizzare per David Lazzaretti una qualsiasi patologia mentale, quando lo stesso nel corso della sua vita non ebbe mai a varcare la soglia di un manicomio, posto che a quell’epoca bastava pestare un piede altrui per ritrovarsi ricoverati con tanto di camicia di forza. Quando l’unico esame medico che subì a tale proposito fu esaurientemente documentato da una perizia ufficiale richiesta dal Tribunale di Terni nel 1874 in cui si affermava la sua completa affidabilità mentale e psichica. Che dire poi per la considerazione  e gli apprezzamenti acquisiti tra nobili, intellettuali, alti prelati, alcuni dei quali divennero suoi seguaci o protettori, e per la  tardiva ma progressiva rivalutazione della sua opera ottenuta nei tempi nuovi che si andavano maturando nel tempo.

Sorprende come il Lombroso ebbe ad esprimere valutazioni clinico-patologiche sul Lazzaretti senza nemmeno averlo conosciuto, basandosi solo sull’esame del suo cranio post-mortem.

 

 Non facile da catalogare, per lo stesso Lombroso,  che dopo aver esaminato i resti di David, ebbe grande difficoltà ad inserirlo in una delle categorie di alienati mentali,  fino a quel momento individuati. Ne aveva in precedenza inventata una che si poteva definire residuale, ove collocare  quelle figure che, pur non presentando un caso conclamato di follia o di delinquenza, erano tuttavia potenzialmente pericolose e destinate ad esser oggetto di interventi preventivi da parte della medicina psichiatrica e dell’azione della polizia. Questa categoria era quella dei “mattoidi”. Per Lombroso David Lazzaretti era dunque un mattoide, non potendosi inquadrare né fra i paranoici,  né fra i matti, e tanto meno fra i degenerati o i maniaci.

E’ alquanto strano come le tesi riguardanti le condizioni mentali del Lazzaretti fossero molto marginali nell’epoca in cui visse Lazzaretti ed anche quando si svolsero i fatti di Arcidosso e del monte Amiata. I detrattori di David lo definivano molto spesso “impostore” o “sovversivo” o “illusionista”, pochissime volte ricorrevano alla devianza mentale, perché sarebbero stati subito smentiti da ciò che il Lazzaretti stava predicando e realizzando: parlava di pace, di risveglio dei popoli e delle classi oppresse, della necessità di correggere le strutture corrotte della Chiesa di Roma. Realizzava nel contempo una società comunitaria fra i contadini dell’Amiata, ove aveva previsto l’obbligo scolastico per i bambini, organi di direzione e di risoluzione delle liti, il voto esteso anche alle donne. Forse adottava i principi informatori delle comunità socialiste che in quegli stessi tempi si stavano sperimentando in Francia: la Comune di Parigi, Proudhon, Fourier, Saint Simon. Tutto questo ( ne erano consapevoli sia il Vaticano sia gli organi dello Stato italiano) era più da ascrivere ad una utopia che non ad iniziative di reale sovversione. Quando invece il fenomeno crebbe in dimensioni e in popolarità, si mossero gli interessi delle lobby allora presenti: i benestanti, i latifondisti, le strutture più conservatrici della Chiesa. Subentrò la paura e l’esito cruento che conosciamo.

 

Solo dopo la morte  di  David si  mossero le istituzioni repressive e la scienza allora disponibile , evidentemente nell’intento di fornire motivazioni e cause attendibili ai cruenti  fatti di Arcidosso, che ebbero una eco anche al di fuori dei confini nazionali, con ripercussioni altresì politiche. Molte furono le personalità del mondo intellettuale che espressero comprensione fino a forme di ammirazione nei confronti del Lazzaretti.  La magistratura mantenne spazi di autonomia assolvendo tutti i seguaci che erano stati  oggetto di accuse di sovversione e di  resistenza alla forza pubblica.

Le spoglie di David furono richieste e consegnate a Giovanni Lombroso. Secondo le sue teorie, procedette ad una attenta misurazione del suo cranio, e dopo questa misurazione formulò, come abbiamo visto, il giudizio di “mattoide”. Seguirono poi nei vari trattati di antropologia criminale, creati da scienziati medici che si adeguavano alle teorie positiviste di Lombroso, varie interpretazioni della vicenda Lazzaretti e vari pareri sulla patologia mentale dello stesso. Nessuno lo conobbe da vivo, solo Lombroso aveva in mano i suoi resti mortali, in particolare il cranio, prezioso “corpo di reato”. E se lui ne affermava la criticità mentale, gli altri non potevano affermare il contrario, riconoscendo in Lombroso il fondatore e la conseguente autorità in materia di antropologia criminale. Tutti questi pareri di psichiatria vennero di comodo a giustificare un eccidio, a fornire argomenti per dar luogo alla persecuzione giudiziaria, ma soprattutto sociale dei giurisdavidici. Ma le teorie del Lombroso furono ben presto sconfessate dagli studi medici più avanzati che nel tempo dettero origine ad una più razionale scientificità della psichiatria, materia che è tuttora oggetto di attenti e sempre più qualificati studi di settore. Furono all’inizio gli stessi suoi allievi  a dubitare delle teorie lombrosiane, che più tardi caddero addirittura nel ridicolo. Del resto qualche anno più tardi circolò una fotografia (vi appariva un poliziotto in divisa che con un oggetto metallico denominato craniometro misura la testa di un presunto ladro) che la diceva lunga sulla insostenibilità delle tesi di Lombroso sull’uomo delinquente. Asseriva infatti che nelle aule di tribunale si dovesse misurare le dimensione della testa e di altre parti del corpo dei soggetti imputati, anzi meglio sarebbe stata un’opera di prevenzione internando tutti quelli che presentavano misure anomale. A questo univa le sue considerazioni sulla superiorità dell’uomo bianco, l’inferiorità delle donne poiché il loro cervello, la statura e il peso risultavano molto al di sotto dei livelli maschili, l’assoluta necessità della pena di morte poiché se il criminale è tale per difetti biofisici, non è recuperabile mediante la rieducazione.

  

     

Lombroso dovette subire, per le sue tesi azzardate, anche accuse di razzismo. Ma Lombroso era nella massima buona fede, i suoi studi erano orientati a tutelare la tranquillità di vita dei benpensanti e dei possidenti dell’epoca contro i furti, le rapine e il brigantaggio (nella logica giuridica dello “stato-carabiniere”), ma certo determinavano conseguenze dannose e, soprattutto, non presentavano alcuna validità scientifica. Oggi anche chi non è medico vede nella tesi lombrosiane motivazioni di colossale ingenuità, giustificabili solo per appartenere ad una criminologia appena agli inizi, non ancora scienza e non ancora dottrina. A lui si accodavano vari medici psichiatri dell’epoca.

Oggi pretendere di cristallizzare un giudizio sullo stato mentale di chi ha operato e segnato fatti di massa che hanno avuto conseguenze storicamente riconosciute, non può ignorare che oltre lo slancio mistico e l’esaltazione contemplativa, c’è ben altro.

Nessuno più, se non per motivi di pura segnalazione cronologica, si sogna oggi di far riferimento a simili concezioni teoriche per giudicare le condizioni mentali di un soggetto come David Lazzaretti, che ha dato ben altri segnali, alcuni provocatori anche se sinceri, nella storia di un’Italia minore, segnando un fenomeno indubbiamente di cultura repressa, ma che può assumere significati importanti nell’evoluzione delle conquiste sociali e nel rinnovamento delle gerarchie ecclesiastiche. La genesi di movimenti di massa, numerosi nella storia, ha trovato nel profeta dell’Amiata una autentica e straordinaria concretezza, tantochè oggi è sempre più oggetto di studi e di ricerche.

Alla fine credo di poter affermare che David Lazzaretti non soffrì di patologie neuropsichiatriche. I suoi comportamenti possono essere considerati alla stregua di eccessi mistici, fino a divenire insostenibili quando egli si proclama il secondo Cristo sulla terra. Anche le sue affermazioni profetiche accompagnate dall'annuncio di un martirio personale si inquadrano nella sua secca e ostinata risposta ad un sistema che avrebbe dovuto essere affrontato con ben altri interventi riformatori spirituali e materiali, sia per le condizioni sociali dell’umanità, sia per gli assetti della Chiesa. Rientrano in questa logica per una equilibrata comprensione dell’operato di David, il suo linguaggio umile e a volte scoordinato, i suoi bizzarri simboli e i suoi riti, tutti presenti del resto nella cultura del suo tempo.

                                                                              Umberto Rambelli


 

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