L'archeologia, per quanto concerne il paesaggio medioevale del territorio di Abbadia San Salvatore, ha contribuito, anche se in modo non rilevante, alla conoscenza  degli insediamenti sul versante orientale della montagna, preesistenti all'VIII secolo dopo Cristo, quando cioè nacque il primo nucleo del monastero di San Salvatore. I siti rilevati, a seguito di recenti e meno recenti ricognizioni, sembrano collocarsi preferibilmente nella fascia di fondovalle, tra i 300 e i 500 metri di altitudine mentre alcuni di minore dimensione e importanza  sono collocabili in fasce altitudinali più elevate.

Si tratta di "casali", che in qualche caso assumevano il ruolo di taverne ma che per lo più costituivano modesti agglomerati di case o capanne di contadini, con mercati periodici, ma a carattere estremamente sparso e destinati a crescere o a ridimensionarsi a seconda degli eventi economici e politici del territorio, compreso fra la val d'Orcia e la val di Paglia. Fra questi casali sono da ricordare Callemala, Voltole e Richoburgo, i cui nomi sono associati alle vicissitudini della via Francigena, nella quale costituivano attivi punti di fermata e di ristoro per i viandanti diretti in pellegrinaggio a Roma.

La vita era piuttosto grama, le risorse si limitavano agli scarsi prodotti di un'agricoltura primitiva, ma soprattutto latitavano l'ordine e la legalità. Le rapine, le prepotenze e le vessazioni rendevano impossibile lo svolgersi di uno sviluppo anche minimo, anzi il declino diventava sempre più inevitabile. In questo contesto, peraltro ricorrente in ogni dove nel periodo medioevale a partire dal II secolo d.C., anche a causa del dissolvimento graduale dell'impero romano - minato da una  improduttiva società schiavistica e da una latente protesta sotterranea dei coloni - si inseriscono le invasioni delle orde barbariche, che scendevano dal nord per saccheggiare ed imporre il proprio dominio. Il monte Amiata, come le zone contermini, rientrava nella conquista dei Longobardi, che non fu una conquista rapida e stabile, ma un processo di razzie e di invasioni progressive a largo raggio, che conobbe una intensificazione con Alboino in un periodo in cui le difese del tardo impero romano venivano dislocate in altri fronti territoriali.

In questo periodo di dominazione longobarda, la parte orientale del monte Amiata, si presume inserita in uno dei potentati dell'Italia Centrale e più precisamente quello di Chiusi, che coincideva anche con una specifica diocesi pontificia.

E' proprio nel ducato longobardo di Chiusi che in alcune fonti documentali viene designata con il termine germanico "Heimat" la parte montana corrispondente all'attuale Amiata. Da ciò è nata l'ipotesi che il toponimo Amiata fosse originato da questo vocabolo longobardo, che significa "patria". Ma, a distanza di vari anni, questa indicazione etimologica non ha retto. Rimane infatti prevalente la tesi che ne fa risalire l'origine alla "sacralità della montagna", tesi che recentemente è stata rivalutata con il ritrovamento di alcuni reperti archeologici nelle zone di Montelaterone, Montegiovi e Castelnuovo Abate, che appellano il territorio con riferimenti a Iuppiter-Giove e Tinia (vedi Cambi-Dallai in "Archeologia Medievale" edizioni All'Insegna del Giglio, Firenze, 2000). Del resto in varie opere di storici romani, di molto precedenti all'epoca longobarda, si accenna al "mons Tuniatus" ove Tuniatus o Tinia è il nome che gli Etruschi attribuivano alla loro massima divinità.

Il profilo dell'Amiata, visto da oriente, più esattamente dal monte Cetona.

Due parole meritano tuttavia i Longobardi (cosiddetti dalle "lunghe barbe" che ne costituivano la caratteristica esteriore) che discesero dalle pianure del Danubio saccheggiando in modo violento e feroce le popolazioni italiche e le strutture di quel che rimaneva dell'impero romano d'Occidente. Arrivarono in veste di conquistatori, senza far prigionieri o scendere a patti con la cultura che trovavano nelle terre conquistate: una dominazione tesa a sconvolgere e non ad integrare una civiltà preesistente, anche se va detto che l'invasione longobarda non interessò tutta la penisola ma solo spazi territoriali non contigui. Fra le zone occupate dai Longobardi va ricordata la Marca di Tuscia, cioè quasi tutta l'attuale Toscana, con sede principale a Lucca.

Ma un merito storico va comunque riconosciuto a questi invasori. Al  declino inarrestabile della società schiavistica romana, caratterizzata non solo dallo sfruttamento delle classi più derelitte, ma anche da una incapacità di governo e di guida ormai inarrestabile, i Longobardi sostituirono gradualmente la società feudale, utilizzando il principio fondamentale del loro diritto consuetudinario: il "mundio", che consisteva in un principio di protezione dall'alto verso i sudditi, in cambio di vari tipi di sottomissione.

Quindi nessuna liberazione socio-economica va fatta risalire ai longobardi, ma solo  l'introduzione di un certo grado di razionalità nella gestione di un potere che, pur rimanendo assoluto e dispotico, consentiva un certo tipo di ripresa e di riorganizzazione dei rapporti produttivi, specialmente in agricoltura. Rimaneva pur sempre, dal punto di vista sociale, una società divisa in classi (vassalli, arimanni, aldi, servi della gleba, liberti), in cui le libertà e i diritti umani erano costantemente soffocati.

Ma pur in presenza di una dominazione che smembrava  e finiva per demolire anche ciò che di positivo restava del sistema romano, la Chiesa manteneva i suoi possedimenti territoriali e riusciva a stabilire con i nuovi occupanti  rapporti iniziali di faticoso equilibrio, che diventarono poi di moderazione e di pacifiche intese, fino ad arrivare ad una cristianizzazione durante il regno longobardo di Autari, la cui abilità politica determinò le migliori condizioni possibili per una elevata integrazione etnica, sociale e soprattutto religiosa con le popolazione italiche. Fra i successori  di Autari, va infatti ricordato Rotari, il  cui editto costituì un interessante tentativo di codificazione di antiche consuetudini germaniche, proprie dei longobardi, combinate e inquadrate con i principi del diritto romano e con la raccolta di leggi di Giustiniano. Una legislazione bizzarra, a volte difficilmente applicabile e di fatto inapplicata, ma pur sempre un sistema di leggi che regolavano la vita e i rapporti  umani, sistema che ha poi influito sullo svolgimento delle legislazioni posteriori.

Dopo Liutprando, morto intorno all'anno 740, salì al trono Rachis, il re longobardo  che, ispirato da evocazioni divine, divenne erogatore di omaggi e privilegi a favore del papa Gregorio III, e promotore  della costruzione di numerosi monasteri nei territori ove era presente l'esercizio del potere longobardo.

Le fonti documentali più antiche sulla vita del monastero di San Salvatore sul Monte Amiata risalgono al 742 dopo Cristo, anche se vi è da dire che l'attendibilità di alcune di queste carte è stata messa in discussione. Ma è nel settembre del 770 che abbiamo il primo riscontro sicuro sull'esistenza del monastero; altri documenti immediatamente successivi ci informano che il monastero era già conosciuto e attivo da vari anni, per cui è lecito presumere che il monastero sorse sicuramente nei primi decenni dell'ottavo secolo.

La cripta oggi raggiungibile da due brevi scalinate laterali al presbiterio soprastante, rappresenta il primo nucleo strutturale del monastero di San Salvatore, dedicato al culto da parte dei primi monaci in esso insediati e alla preghiera dei pochi abitatori che via via andarono ad aggregarsi negli immediati dintorni della nascente abbazia.

Una visione spettacolare, capace di operare un transfert nei tempi remoti di un profondo e misterioso medioevo.  Sfugge la percezione di quanto sia sinuoso e incontrollabile il fiume del tempo: certe immagini costituiscono lampi di spiritualità e di irrazionalità, destinati a superare la dimensione storica e quella architettonica. Da qui l'immaginario singolo e collettivo e il confine con la storia umana diventa labile e indefinibile.

Un contributo alla conoscenza delle circostanze che determinarono la  fondazione del monastero viene forse dal noto "diploma di Rachis", riconosciuto poi come sicuramente apocrifo, per cui assume oggi soltanto il sapore di leggenda, una leggenda che tuttavia non è estranea a tradizioni lungamente tramandate nel tempo e che ha il merito di confondere assieme all'alone fantastico che ingenuamente ostenta, anche eventi storici parzialmente provati.

In quel tempo regnava Rachis, autorevole sovrano dei Longobardi stanziati nel nord Italia ma con poteri distribuiti localmente anche in Toscana. I rapporti che in quel periodo i Longobardi avevano instaurato con il Papato erano di obbedienza e di grande rispetto, tant'è vero che i Longobardi stessi stavano concludendo una quasi completa conversione alla fede cattolica-romana. Un certo Erfone, nobile longobardo, si mosse all'epoca dal Friuli, ove forse era titolare di ampi poteri per la vicinanza di vedute e di spirito che aveva con il re Rachis. Preso da entusiasmo per la vita monastica, spinto forse da una sincera vocazione cristiana, Erfone scese in Toscana, dopo che nel Friuli aveva fondato già due conventi: Sesto in Silvis e Salto presso Cividale. In Toscana egli ottenne dal re Rachis, e forse addirittura su incoraggiamento di questi, l'autorizzazione a costruire un grande cenobio sulle pendici orientali del monte Amiata; lo eresse e lo inaugurò, dedicandolo al Salvatore del mondo, secondo il culto e la liturgia longobarda. Dal re ebbe per la fondazione e la crescita del monastero da lui presieduto come abate, un vasto dominio adiacente costituito da concessioni su campi e boschi.

Il monastero venne, nei primi tempi, ad inglobare i casali di fondovalle, alcuni dei quali in posizione strategica sulla strada Francigena, oltre ad una serie di insediamenti rurali sparsi sulle vallate dell'Orcia e del Paglia, nonchè tutto il territorio boschivo dell'Amiata, posto a monte del monastero fino alla vetta della montagna, territorio che nel complesso diverrà la giurisdizione storica dell'Abbazia, anche se poi i possedimenti si allargheranno notevolmente nel tempo ad altre zone della  montagna e ad un reticolo di terreni di interesse agricolo situati nelle pendici più basse della zona circostante.

La leggenda ci fa sapere che addirittura il re Rachis, acceso di fanatico misticismo, accompagnando Erfone, ebbe lui stesso la celeste visione di una grandissima luce calata dal cielo e posatasi su un albero della foresta. L'immagine surreale e divina del Creatore (leggi Salvatore) reggente una specie di tridente a significare la Santa Trinità, appare in tutta la maestosità e la suggestione del luogo, al re Rachis, il quale a quel punto si sente investito di una autorità trascendentale e fonda lì la chiesa del  San Salvatore, assumendo l'abito monacale in un'estasi divina, che coinvolgerà più tardi anche la moglie e la figlia in un monastero costruito nel folto del bosco, di cui oggi rimane una modesta cappella denominata l'Ermeta.

Ma questa è solo leggenda, che ha trovato peraltro un'artistica rappresentazione in due affreschi del pittore seicentista Giuseppe Nasini. amiatino di Casteldelpiano, visibili nella cappella del Salvatore nella Chiesa del Monastero.

Per tornare alla storia, il convento fu retto, dapprima, dai Benedettini e, per brevissimo tempo, dai Camaldolesi, poi dall'aprile 1228 dai Cistercensi, fino alla soppressione del 1782: oltre mille anni di vita in cui il Monastero di San Salvatore ebbe ad esercitare oltre alla vita monastica  anche un potere politico ed economico di grande prestigio. All'Ordine dei benedettini va il merito dei primi successi del convento, forse per effetto della loro regola monastica secondo la quale non era sufficiente la preghiera e l'esercizio spirituale, ma anche il lavoro e la produzione costituivano finalità dell'ordine. All'epoca, l'abbazia di San Salvatore non fu la sola ad essere fondata, sotto gli auspici dei regnanti longobardi e con  il favore della Chiesa. E' utile ricordare la nascita di altre abbazie, sempre affidate ai benedettini, sopratutto dislocate nel centro Italia, fra Toscana, Lazio, Umbria e Marche: fra queste l'abbazia di Montecassino, il Sacro Speco di Subiaco, l'abbazia di Chiaravalle, S.Galgano nei pressi di Chiusdino, Casamari a Veroli, La Verna in provincia di Arezzo, Sant'Antimo a Montalcino, San Francesco e Santa Chiara ad Assisi, Fossanova a Priverno, Monte Oliveto Maggiore ad Asciano.

Per quanto concerne questo fenomeno monastico, che interessò nel medioevo prima il singolo eremita poi il gruppo cenobiale, si nota che quello dei Benedettini  fu il primo Ordine monastico ad emergere nel 529 per opera di San Benedetto da Norcia e, in un certo senso, rimase l’unico fino al tredicesimo secolo giacchè tutti quelli sorti nel frattempo non furono che sue derivazioni.

San Benedetto da Norcia, in un ritratto del Sodoma. Numerosi asceti, allora vaganti senza meta e senza dimora, alla ricerca interiore di una pace e di una serenità di spirito difficilmente raggiungibile in quei tempi di barbarie, nel raggrupparsi trovarono modo di darsi delle regole di vita mistica, nel rispetto rigoroso delle indicazioni di san Benedetto.

Il suo motto, ora et labora, per la vasta somma di attività educative ed intellettuali che esso rappresentava, simboleggiò un cambiamento storico e sociale di grande portata per tutta l’Europa, facendo largo posto a quella vita monastica attiva che era stata prima mortificata dagli asceti orientali. Fu grazie ai Benedettini che vaste aree  furono bonificate o irrigate a vantaggio dell’agricoltura, fu sempre merito loro se si iniziarono a creare i primi "ospedali" per la cura dei malati, e si deve esclusivamente a loro se i codici antichi in lingua greca e in lingua latina furono ritrascritti dai frati amanuensi giungendo quindi al periodo in cui sopravvenne la realtà della stampa.

Fra i testi che i monaci di San Salvatore riprodussero (o comunque decorarono), e che poi conservarono per lungo tempo nella ricca biblioteca del Monastero, si ricorda il Codex Amiatinus (la bibbia amiatina), che deriva il suo straordinario interesse dall'essere il più antico e completo documento della Bibbia nella sua versione latina.

Il testo sacro, scritto in caratteri beneventani nel monastero inglese di Jarrow nel VI secolo, pervenne a Roma in dono al pontefice Gregorio II, e da qui fu affidato alla custodia e conservazione, forse per motivi connessi al prestigio che godeva, al Monastero di San Salvatore sul Monte Amiata tra la fine del IX e gli inizi del X secolo, dove rimase chiuso nell'archivio delle reliquie  fino alla soppressione leopoldina del 1782, salvo una breve permanenza a Roma (1587-1591) dove fornì la base concettuale e grafica per l'edizione sisto-clementina della Bibbia. Nel 1785 fu dislocato nella Biblioteca medicea Laurenziana di Firenze, dove i Medici prima e i Lorena poi avevano concentrato le più rilevanti testimonianze librarie della cultura occidentale. Dopo un'opera di accurato restauro, una copia di esso è oggi tornata nel museo dell'Abbazia. 

La struttura imponente del codice, la veneranda età, il pregio delle grandi miniature (celeberrima quella raffigurante Esdra che salva i libri della Bibbia) hanno imposto una rigorosa conservazione del codice, e ancora oggi si presenta in ottime condizioni. Queste stesse caratteristiche hanno però reso difficile la consultazione, l'esposizione e la realizzazione di una copia fedele. Con l'evoluzione delle tecniche e la collaborazione di diversi soggetti pubblici e privati si è oggi potuto ricavare una serie di "copie" della Bibbia Amiatina che rispondono alle varie esigenze della conoscenza e della ricerca.

Il busto reliquiario di san Marco papa, contenente il capo del santo, rifinito con medaglioni dorati di incerta provenienza, uno dei tesori d'arte conservati nell'abbazia.

Una preziosa miniatura decorativa della Bibbia amiatina, alla cui stesura non furono estranei gli amanuensi del monastero, che la conservarono gelosamente  fino alla data del suo trasferimento obbligato alla Laurenziana di Firenze, e oggi ritornata all'Abbadia in copia restaurata.

La vasta proprietà terriera dei monaci non era composta in una regolare e conforme unità territoriale, ma era frazionata in tanti appezzamenti di terreno, più o meno grandi, acquisiti contrattualmente, ma più spesso provenienti da lasciti e donazioni. L'amministrazione e il governo di tale patrimonio si presentò particolarmente difficile. Sulle pendici orientali del monte Amiata era la sede principale e, almeno nei primi tempi, il nucleo più esteso di proprietà. Ma altri possedimenti, sia pure in forma sparsa, erano situati nel versante occidentale dell'Amiata, nel senese e nell'aretino, in Maremma e finanche a Tarquinia. Per agevolare la gestione, il Monastero eresse delle succursali amministrative, dei piccoli monasteri, che assunsero il nome di "celle", con adiacente costruzione di modeste chiese, cui veniva preposto un monaco, il quale, con altri confratelli, coltivava e faceva coltivare il fondo, sorvegliava i coloni obbligati a dare il contributo o la prestazione in natura, e amministrava la religione ai fedeli.

La potenza e la ricchezza dell'Abbazia di S.Salvatore erano giunte ad un livello tale che la risonanza aveva varcato non solamente i confini della regione amiatina e della stessa Toscana, ma l'eco di tale potere era giunta anche nella lontana Germania, presso le corti imperiali e numerosi monasteri di quelle zone. Gli studi erano coltivati con metodo e con la migliore organizzazione allora possibile, l'insegnamento era impartito dai Monaci, ovunque conosciuti e stimati: al principio del secolo XII l'Arcivescovo di Magonza inviò venti fra i suoi migliori allievi per perfezionarsi negli studi sacri. La potenza del Monastero, per l'estensione del territorio posto alle sue dipendenze e per la catena di rapporti politici che aveva instaurato sia  con i poteri civili confusamente rappresentati dalle schiere di Longobardi alla ricerca di una integrazione con i popoli italici, ma soprattutto con il Papato, era paragonabile a quella di un piccolo Regno.

L'evento storico che ha reso celebre l'abbazia di S. Salvatore fu la permanenza che ivi fece Carlo Magno. Nell'autunno avanzato dell'anno 800, questo grande personaggio carismatico (che assunse il titolo di imperatore), dopo che ebbe soggiogato le schiere longobarde e condizionato tutte le pretese sul territorio italico, scese in Italia per ricevere l'investitura imperiale dal Pontefice Leone III nel tentativo di restaurare il glorioso impero romano. Carlo Magno percorreva, come è ovvio, la via Francigena, nominata allora "Romea" ed oggi via Cassia, quando dopo aver attraversato la valle dell'Orcia si accorse affascinato dell'imponente altura del monte Amiata  e, dopo aver accampato l'esercito che lo seguiva nel punto di sosta di Callemala, risalì il pendio e chiese ospitalità ai monaci dell'Abbazia. Inutile dire che l'accoglienza fu eccezionale: l'accortezza dei monaci non poteva ignorare questa occasione. Carlo Magno fu accompagnato a cacciare nella magnifica foresta amiatina, e documenti storici attestano la successiva riconoscenza dell'Imperatore con l'erogazione di larghi benefici, soprattutto in termini territoriali, al Monastero. La memoria dell'illustre presenza rimase viva nelle genti della montagna: tutt'oggi la "vox populi"  fa risalire a Carlo Magno l'uso e l'origine lessicale dell'erba "carolina", una pianta locale le cui proprietà curative e ritenute miracolose, avrebbero salvato molti soldati del suo esercito, accampato sulla Francigena, da una pericolosa epidemia pestilenziale.

Tra gli abati protagonisti di questa ascesa del Monastero occorre ricordare  il venerabile Winizzone, di origine tedesca, che ebbe il merito di aver stabilito rapporti di buona convivenza con gli Aldobrandeschi, e di aver concertato uno schema di organizzazione nelle campagne, funzionante e pacifico con i vassalli e con i coloni. 

Tuttavia l'estendersi delle proprietà, che divenivano ingestibili, l'imposizione di pesanti livelli e contributi a carico dei coloni, la continua  e serpeggiante lotta di vicinato con la casata degli Aldobrandeschi, la potente famiglia longobarda installatasi nel castello di Santa Fiora con possedimenti estesi a tutto il versante occidentale dell'Amiata, determinarono gradualmente un progressivo malcontento nella popolazione amministrata nei propri territori, che a volte minacciava di passare agli Aldobrandeschi e a volte cercava alleanze esterne all'Abbazia.

Ma la decadenza che si stava annunciando all'approssimarsi del secolo XIII ebbe altre motivazioni, apparentemente più mondane che economiche e politiche. I severi costumi dell'ordine benedettino furono progressivamente abbandonati da gran parte dei 150-200 monaci assegnati al Monastero. Le ricchezze e le ampie disponibilità avevano destato altri desideri, oltre che la crescita dell'Abbazia. Donne di malaffare venivano introdotte senza ritegno nel Monastero, la corruzione di chi doveva controllare diveniva metodo di condotta, i furti venivano attuati con  la complicità di alcuni monaci. In poche parole la dissolutezza morale e materiale trovava sempre più fertile terreno. Si racconta maliziosamente, ma non del tutto a sproposito, che nella sottostante strada Francigena, nel borgo di Callemala, si organizzavano luoghi di piacere e di tolleranza per i pellegrini più esigenti, per incontri occasionali sotto la benedizione di alcuni monaci, che ne traevano lauto profitto a carico del malcapitato viandante. Alla politica turistica e di accoglienza, in termini più organizzati e più cinici ci penserà solo qualche decennio più tardi, Ghino di Tacco che dalla torre di Radicofani individuava le prede più ambite, per le spoliazioni e le vessazioni del caso.

Ma, a parte Ghino di Tacco, le cui imprese brigantesche potranno essere conosciute in altra sede, è chiaro che a questo punto una svolta storica si imponeva,

Così nel 1229, con  una univoca bolla papale, Gregorio IX, dopo aver premesso che costituiva preciso obbligo del massimo esponente della Chiesa cattolica l'eliminazione di ogni motivo di immoralità e la soppressione di ogni abitudine immonda, interdisse il Monastero di San Salvatore ordinando ai benedettini di lasciare l'Abbazia. L'imperatore Federico II, nel rispetto dei buoni rapporti che fino a quel  momento intercorrevano fra Papato e Impero, riconobbe e ratificò la bolla papale.

Usciti di scena i benedettini, furono i monaci Cistercensi a reggere e guidare l'abbazia di S.Salvatore. Ritornarono quindi nella più normale quotidianità i buoni costumi dell'esercizio monastico, ma la potenza e le ricchezze raggiunte dai benedettini andarono via via affievolendosi. Iniziarono vertenze politiche e territoriali con gli Orvietani, e in modo latente ma pressochè continuo con gli Aldobrandeschi, che cercavano di allargare i propri confini, a volte in modo sottile e furbesco, a volte invece con aperte rivendicazioni. Anche con gli abitanti dello stesso nucleo del Castel di Badia, da sempre sotto il controllo del Monastero, nacquero dissapori e rifiuti, specie nel pagamento delle decime. Le liti avvenivano anche con altre strutture religiose, ad esempio con le autorità vescovili (Chiusi, Sovana, Viterbo) con cui i monaci entravano in rapporto, e solo il Papa riusciva a ricompattare le situazioni più difficili. E' in questo quadro non proprio sereno che nel XIV secolo inizia la progressiva conquista della Toscana meridionale da parte della Repubblica di Siena, che porta al condizionamento definitivo del potere dei Monaci cistercensi, riconoscendo ad essi tuttavia una sostanziale protezione contro nemici esterni ed una autonomia limitata all'interno della struttura monastica.

Da questo momento la storia del monastero non offre più elementi di particolare rilevanza. Vi fu un tentativo da parte dell'abate Rocca, alla fine del XVI secolo, di ricostituire una disponibilità economica a favore del monastero, attraverso il recupero delle decime che da tempo non venivano più regolarmente riscosse. Qualcosa, con l'aiuto dei fiorentini, riuscì ad ottenere, ed iniziò lavori di restauro e di consolidamento delle strutture murarie, specialmente della chiesa, che rimasero tuttavia incompiute. Si dice, senza grandi riscontri documentali, che egli stesso perse la vita nel cadere dall'arcata principale della chiesa mentre esaminava l'esecuzione dei lavori.

La soppressione dell'abbazia avvenne nel 1782 ad opera del Granduca di Toscana, che ne sottrasse gran parte degli arredi e dei documenti, fra cui il prezioso Codex Amiatinus, per trasferirli nella biblioteca Laurenziana di Firenze.

Il fronte della Chiesa del Monastero, così come si presenta oggi. Un'architettura romanica con elementi bizantineggianti, anche se in alcune parti alterata.

A lato un particolare della cripta, più sopra riprodotta in una foto panoramica a più ampio respiro. Un impatto, anche ai soli fini turistici, che lascia nel visitatore  segnali mistici riferiti ad un tempo remoto e sconosciuto: il medioevo selvaggio, in cui le immense difficoltà della vita umana potevano compensarsi solo nei termini di una fede e di una speranza divina.

 

Oggi il Monastero presenta una facciata con due campanili laterali, di cui uno incompleto. Il fronte, alto e stretto, tutto sommato modesto,  non riesce certo a testimoniare l'austerità e la potenza dell'antico centro di potere spirituale, prima benedettino e poi cistercense. Il portale presenta un arco a tutto sesto, e all'interno vi è una unica navata delimitata da possenti muri perimetrale in pietra trachitica. Gli scavi restaurativi della cripta, avvenuti negli anni sessanta, hanno obbligato ad un rifacimento della gradinata centrale, che fa emergere in  un'accentuata profondità le tre cappelle di stile romanico, di cui quella a destra affrescata dai Nasini, autori manieristi del XVII secolo di storie religiose, fra cui la leggenda della fondazione dell'abbazia. Merita una doverosa segnalazione un "Christus triumphans", scultura lignea di ignota attribuzione, ma di notevole qualità artistica (un rustico toscano, con riscontri bizantini) da riferire  probabilmente al XIII secolo. Limitrofo alla chiesa, sulla sinistra si apre il chiostro più volte rimaneggiato, ampliato e modificato, in una successione di stili che lo hanno reso elegante ma del tutto improponibile sotto un profilo storico-architettonico. 

Di grande effetto scenico, e di grande valore monumentale  è invece la Cripta risalente all'VIII secolo. Si tratta del primo nucleo monastico, un arcaico tempio con pianta a croce greca con 36 colonne, di cui ben 25 originali, con pregevoli forme elaborate su pietra trachitica e munite di capitelli con rappresentazioni variegate. Alcune di queste colonne sono ancora oggetto di studio e di più attento riesame, dopo che gli scavi recenti, egregiamente eseguiti negli anni sessanta, le hanno riportate alla luce. Anche il sistema illuminante dal basso contribuisce a valorizzare e a rendere suggestivo tutto l'ambiente, con particolare riferimento al soffitto costituito da volte a crociera con archi a tutto sesto. Al di sopra di questa  straordinaria cripta, l'abate Winizzone eresse nel 1035 l'attuale chiesa di San Salvatore, che da allora ha costituito il luogo di culto dell'intero complesso monastico. In occasione della consacrazione di questo tempio (anno 1036), l'abate Winizzone, fu onorato della presenza di una alta rappresentanza del clero romano, tra cui il patriarca di Aquileia e di ben diciassette dignitari ecclesiastici, fra cardinali e arcivescovi.

 


 

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